SETTIMANA CORTA SCUOLA SUPERIORE MILANO, NO DEL SINDACATO

Sta suscitando grande dibattito (la decisione finale verrà presa dai relativi Consigli di Istituto) l’idea anti crisi della provincia di Milano che ha proposto a 160 scuole superiori di chiudere il sabato, spalmando le lezioni sui cinque giorni feriali, di modo da consentire un grande risparmio sulle spese di riscaldamento, complessivamente quantificabili in circa 2 milioni di euro (il rovescio della medaglia potrebbe essere rappresentato dall’aumento dei costi di trasporto che dovranno essere garantiti agli studenti anche il sabato mattina, tematica particolarmente sentita nelle frazioni dei piccoli comuni).

Tale possibilità – specifica la circolare della Provincia – sarebbe opportunamente consentita dalla riorganizzazione degli orari effettuata dalla recente riforma degli ordinamenti delle superiori che portano a un impegno massimo settimanale di 32 ore limitato a pochi corsi di studio e nella generalità dei casi in un arco di 27-30 ore”.

Tendenzialmente favorevoli le famiglie delle classi sociali più abbienti, quelle che, nonostante la crisi, non rinunciano al weekend sempre e comunque, piuttosto che, gli studenti in genere (in particolare modo quelli che praticano sport nel weekend).

Fra i contrari, invece, i dipendenti della scuola.

Sul tema durissima la posizione del Sindacato Flc Cgil, ecco qui di seguito quanto dichiarato: “ancora una volta la scuola è chiamata a piegarsi alle ragioni dei tagli di spesa. Ancora una volta si ignorano e si calpestano le sue specifiche funzioni e i suoi bisogni organizzativi e le si chiede l’ennesimo sacrificio. Non bastavano meno docenti, meno ore di lezione, meno fondi, meno spazi… ora e ci pare incredibile anche meno riscaldamento. Da qui verrebbe l’invito da parte della Provincia di Milano e dell’ Ufficio scolastico regionale Lombardia ad adottare, nelle scuole della provincia di Milano, la cosiddetta settimana corta, indirizzato a dirigenti e organismi deliberanti. Si tratta di un invito, non di un obbligo. Ma che direzione ci indica? Si tratta innanzitutto di un’ulteriore lesione dell’autonomia scolastica e delle prerogative degli organi collegiali che progettano il lavoro di ogni scuola (invasione di campo già vista con gli interventi sul calendario scolastico), autonomia ed esercizio democratico che evidentemente importano poco a chi li vive essenzialmente come un costo. Il vero costo invece e lo diciamo da tempo è tenere le scuole chiuse alle esigenze formative delle comunità e dei territori. Va prevista maggiore apertura, non maggiore chiusura delle scuole. I numeri della dispersione scolastica descrivono una scuola ancora troppo poco inclusiva, la Lombardia è l’ultima regione d’Italia come tasso di frequenza dei ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni nella scuola secondaria superiore (dati Istat dicembre 2012).  Per porre rimedio e allinearci realmente a una ‘qualità europea’ tanto sbandierata dall’amministrazione avremmo bisogno di didattiche alternative e occasioni di arricchimento culturale, non solo di lezioni ‘frontali’, e con spazi e tempi adatti. In molte scuole in questi anni il dibattito sull’argomento c’è già stato e sono emerse concrete difficoltà che l’amministrazione finge di ignorare. Soprattutto, negli istituti di istruzione secondaria superiore non ci sono mense o ambienti bar a norma, mancano i laboratori, o spesso sono carenti, e ancor più spesso non si dispone di tecnici per farli funzionare. D’altro canto l’inadeguatezza degli edifici scolastici, anche da un punto di vista energetico, è sotto gli occhi di tutti, utenti e lavoratori, con pregiudizio della sicurezza ancor prima che della didattica. A quali esigenze risponda poi l’articolazione del tempo scuola in un istituto superiore, evidentemente, non interessa affatto. Non si tratta solo del tempo per lo studio e l’elaborazione individuale, essenziale per questo segmento scolastico, e dei problemi di ‘concentrazione’ dei contenuti che finirebbe per ricadere sugli alunni più deboli, è in gioco anche l’accesso alle attività di recupero gratuite fatte a scuola, alle attività integrative offerte a tutti . Le periferie e la provincia, inoltre, sostengono a fatica i tempi del pendolarismo scolastico già così com’è ora, senza lezioni nei pomeriggi. Non dimentichiamo che in alcuni contesti socio-culturali la scuola è spesso l’unico erogatore di attività formative creative davvero qualificate. E’ tempo di mettere fine alla solita politica dei tagli, che tutti negano a parole, ma che ricadono sempre e comunque sulla scuola. Altro che risparmio! La riduzione forzata dei giorni settimanali di lezione può essere causa di aumento dell’insuccesso scolastico e di ulteriore aggravamento dei costi per le famiglie“.

Alcune domande finali:

1) Qual è la capacità di apprendimento di un ragazzo a scuola dopo le 14.00?

2) I ragazzi sono in grado poi, una volta tornati a casa, di rimettersi sui libri per gestire la mole di compiti che, inevitabilmente, non potrà diminuire?

3) Gli studenti riusciranno a conciliare il nuovo orario con le numerose attività extra scolastiche che quotidianamente praticano?

4) se il costo del trasporto aumenta inevitabilmente, si è così certi del risparmio economico?

5) i singoli consigli di istituto valuteranno la decisione tenendo presenti le esigenze dei docenti o adeguandosi ai desiderata delle famiglie?

6) Come si concilia questo cambiamento con il progetto “scuole aperte”, portato avanti dal Comune di Milano (ad esempio nella Zona 3 della città)?

John Carones – adgruffini@gmail.com 

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